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Carlo Monaco: un romano in prima linea per la canapa terapeutica

canapa terapeutica

Carlo Monaco cura l’anoressia nervosa con la canapa terapeutica. Titolare del Canapa Caffe di Roma, Carlo lotta per un accesso regolare e continuativo alla cannabis.

Ansia e trattamenti convenzionali: gli effetti collaterali

Sono Carlo Monaco, ho 35 anni e vivo a Roma. Sono laureato in Comunicazione con un master in energie rinnovabili. All’età di 20 anni ho cominciato a non stare bene. In seguito ad alcuni stress emotivi, uniti al lavoro notturno e allo studio, per un periodo mi son ritrovato a non mangiare e non dormire quasi mai.

Ero dimagrito tantissimo, in quattro anni avevo perso 13 chili. Ogni volta che provavo a reagire, magari abbuffandomi, vomitavo. Col tempo realizzai di essere bulimico, ma a 20 anni non ne ero ancora sicuro e nascondevo la mia condizione a chi mi voleva bene.

Quando parlai dell’ansia al mio medico mi prescrisse: Xanax RP 1 mg o 2 mg o 20 gocce al bisogno e Valium 20 ml gocce 5 mg al bisogno. Nel tempo ho usato tutti questi farmaci diverse volte, ma mai per un lungo periodo perché non mi facevano bene. Con lo Xanax, soprattutto quello a rilascio prolungato, non mi sono trovato perché mi sembrava che facesse aumentare l’ansia. Con il Valium invece, durante il giorno rimanevo agitato, non mangiavo e alla fine lo usavo fino a quando non mi spegneva, sentivo di non essere assolutamente al 100% e in aggiunta perdevo peso.

Nei momenti peggiori sono arrivato a pesare meno di 55 kg e sono alto 1,81 m.

L’adolescenza e la scoperta della canapa terapeutica

Come molti adolescenti a Roma ho provato qualche canna, anche se fino ai 18 anni non mi entusiasmavano anzi, ogni volta vomitavo. Solo con la maggiore età ho cominciato ad apprezzare gli effetti della canapa di buona qualità che è per me terapeutica. I prodotti della strada non mi sono mai interessati e quando possibile li ho sempre disprezzati. Notavo che la cannabis (non quella da strada), quella medica, quella auto prodotta con un certo criterio, mi
equilibrava, riuscivo a fare tutto: con la cannabis a disposizione mi son laureato e facevo dei lavoretti.

Così, per cultura personale e per istruirmi sulla cannabis, ho cominciato ad andare spesso in Olanda.

Nel 2005 sono stato per un mese in vacanza in Jamaica.

Nel 2008 mi trovarono con 124 grammi di erba, coltivata in indoor con sistemi idroponici e aeroponici.

Aveva 19% di THC era Isis (NL5x Haze). Dormivo tranquillo nel mio letto con la mia ex ragazza quando la mia ex coinquilina alle 6 di mattina aprì la porta, pensando che il ragazzo appena uscito si fosse dimenticato qualcosa e invece mi svegliarono 2 carabinieri che mi cambiarono la vita per sempre. Fu un conoscente, arrestato qualche giorno prima, che divenne loro confidente e che me li mandò a casa, perché sapeva che mi ero fatto dell’erba buonissima e credeva avessi ancora le piante. Lo fece per salvarsi la pelle e mi cambiò la vita.

A quei tempi c’era ancora la Fini Giovanardi, anzi erano proprio i primi periodi in cui veniva applicata duramente, ma io per fortuna, ero incensurato e così in primo grado chiesero il minimo: 6 anni!

Avevo 23 anni e mi mancavano solo 2 esami e la tesi per laurearmi. Firmai 2 mesi e poi tutto terminò con una condanna a 5 mesi e con la condizionale giocata. Ricordo che al processo venne il mio medico di allora che, anche se non lo condividesse, affermava una sorta di mio utilizzo terapeutico.

Cominciai a frequentare uno psicoterapeuta, naturopata, con cui lavorai molto per stabilizzare il mio consumo di canapa terapeutica a circa 8 volte al giorno, a seconda del momento della giornata e del tipo di cannabis, in particolare di solito usavo 0,2 g o 0,3 g però potevo e posso arrivare, in seguito a una crisi di ansia (che aumentarono dopo quel fermo) a utilizzare anche un grammo in pochi minuti.

Il viaggio in Spagna e la diagnosi di anoressia nervosa

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Mi laureai e me ne andai in Spagna. Continuai un percorso spirituale, conobbi meglio lo yoga e la medicina ayurvedica, feci agopuntura e stavo per terminare il master (auto producendomi senza problemi la mia medicina) ed ero anche ingrassato. Avevo due piante madri di Amnesia Lemon e Grapefruit.

Nel 2011 in seguito a un ennesimo shock emotivo la vita mi è cambiata nuovamente. Ho avuto bisogno di medici che per almeno nun mese, mi riempirono nuovamente di benzodiazepine, fino a quando non arrivai a reagire. Per fortuna, essendo socio di Arseca [N.d.r. Asociación Ramón Santos de Estudios del Cannabis de Andalucía], conobbi il dottor Arturo Espigares Ruiz che mi ebbe in cura per oltre un anno. Ogni settimana andavo ai suoi corsi di sofrologia ed ebbi la mia prima prescrizione ufficiale, nella quale parlava di plant therapy e auto coltivazione secondo le mie necessità (che erano più grandi della media) sino a un massimo di 5 g giornalieri, secondo il bisogno. Nel novembre del 2011 il medico nella ricetta dichiarava: «Tenendo in conto la storia clinica e personale del paziente, si può determinare che l’applicazione locale di estratto idroalcolico a base di THC, derivante dall’auto produzione
di cannabis, lo può beneficiare per la cervicalgia e per il dolore del ginocchio. D’altra parte l’assunzione per via inalatoria di THC è stata benefica nel controllo dell’ansia. Per questo credo che il paziente C. Monaco possa trarre beneficio dall’effetto terapeutico del THC, attraverso l’autoproduzione di cannabis. Il paziente consuma la sostanza per via inalatoria, per via topica e per via digestiva».

Il dottore oltre alla via inalatoria per il controllo dell’ansia mi faceva produrre estratti e tinture che mi davano sollievo quando applicate per i dolori al ginocchio e alla schiena. Furono lui e un altro psicologo a spiegarmi che soffrivo di “ansia generalizzata” che mi portava all’ “anoressia nervosa” e cioè che lo stress acuiva la sindrome ansioso-depressiva.

Mi rilasciarono certificati ufficiali con diagnosi di cervicalgia, ansia generalizzata e anoressia nervosa.

Il rientro in Italia e le difficoltà per ottenere canapa terapeutica

Fu in quel momento che decisi per varie ragioni, soprattutto lavorative, di tornare in Italia. Siccome la mia ricetta spagnola in Italia non aveva nessun valore, ci misi un anno a far valere le mie prescrizioni. All’inizio lavoravo come broker nel rinnovabile e per un primo periodo acquistavo erba di buona qualità al mercato nero, notando anzi che la qualità media comprata per le strade di Roma si era alzata. Con l’affitto che ottenevo grazie al mio appartamento e il lavoro, riuscivo a comprare 50 grammi al mese di una Skunk di media qualità che poi integravo con erbe mediche, come l’iperico, l’artemisia e la damiana.

Per un anno sono andato a parlare di canapa terapeutica col mio medico di base, ma non mi ascoltava.
Il giorno che mi impuntai mi prescrisse il Valium, infischiandosene di ciò che diceva la mia prescrizione spagnola e cioè che da questo farmaco non riscontravo più effetti positivi.

A febbraio del 2015, trovai un neurologo, Vidmer Scaioli dell’Istituto Besta di Milano, che mi fece una ricetta per acquistare la cannabis in farmacia. La prima prescrizione era da 30 cartine da 200 mg di Bedrocan e 30 cartine da 300 mg di Bediol, (6 g Bedrocan e 9 g Bediol) .

Ad agosto del 2015, non essendo all’epoca disponibili altre qualità, comprai 9 g di Bedrocan a 30 euro al grammo e per forza di cose, visto che con una ricetta di un medico di un’altra regione nel Lazio non permettevano di proseguire l’iter per importare la cannabis, cambiai medico di base per poter importare a un costo minore, sapendo che per una quantità del genere mi sarebbe costato la metà che in farmacia.

Canapa terapeutica e giustizia: l’accusa di spaccio

Per le importazioni tramite Asl ricordo che Scaioli firmò tutto a dicembre, ma a gennaio, la Asl mi fece perdere tempo dicendo che avevo bisogno di una prescrizione redatta da un medico del Lazio e così il 28 gennaio, quando aggiunsi alla documentazione anche la ricetta del mio medico di base partì il processo di importazione.

Il Bedrocan arrivò il 16 giugno. Quattro giorni più tardi ho subito un fermo. Ho consegnato il mio barattolino con dentro circa 1 g di Bedrocan e nonostante la documentazione consegnata che mi autorizza a detenere 120 g di cannabis, sono voluti andare a casa mia e dei miei genitori, dove hanno trovato circa 70 g fra fiori e foglie e così mi hanno accusato di spaccio, art. 73 [N.d.r. D.P.R. 309/1990 Produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope] e art. 187 cioè sospensione della patente.

Per quel che riguarda l’accusa di spaccio, incrocio le dita sperando di trovare al processo un giudice competente e non un magistrato che quando legge le carte ancora domandi alla corte: «Ah, ma la canapa terapeutica è legale?».

Dal 2016 al 2020 sto ancora aspettando il processo, rimandato a febbraio 2021.

Per la patente invece altro discorso, ho fatto la visita medico oculistica, la psichiatrica con test della personalità e le analisi tossicologiche (presentando tutta la mia documentazione di paziente assuntore di cannabis) e ovviamente sono risultato positivo. I cannabinoidi restano anche mesi nel corpo, un paziente li assume per stare meglio e se è abituato a prendere la macchina per vivere, per lavorare, in questa situazione, come può conciliare le due cose,
la sua salute e la possibilità di vivere normalmente?

Non credo che la commissione accetti la mia documentazione e mi restituisca la patente e quindi farò ricorso al Tar, mi dicono che sono il primo nel Lazio a cercar di far passare il diritto di guidare anche per le persone che assumono cannabis per motivi terapeutici. Ho sempre usato sia moto che scooter e non ho mai fatto incidenti, la cannabis mi aiuta, sono quello che ha sempre accompagnato a casa tutti, chiunque mi conosce mi farebbe guidare dopo aver assunto la mia terapia. Al momento il mio medico di base è stato convocato dalla prefettura di Roma per capire il motivo delle prescrizioni.

Il 28 ottobre 2016 ho consegnato tutta la documentazione (piano terapeutico, richiesta importazione firmata dal medico regionale e consenso informato) per la seconda importazione dall’Olanda e nel frattempo abbiamo costituito un gruppo di acquisto con la Farmacia San Carlo di Ferrara per avere i farmaci che mi hanno prescritto.

Il piano terapeutico redatto dal mio specialista, il dottor Privitera prevede 40 grammi al mese di Bedrocan, 10 di Bedrolite, 25 di Bedica e 10 di Bediol, purtroppo però lo sono riuscito a rispettare raramente.

La burocrazia è lunga e bisogna anticipare il pagamento per 3 mesi di terapia. Al momento sto aspettando 24 confezioni di Bedrocan (120 grammi) il cui prezzo per l’importazione è qualcosa meno di 8 al grammo, spedizione inclusa, sarebbero 708 euro solo di farmaco più 250 euro fra spese di trasporto e di dogana per un totale di 958 euro. È interessante sottolineare che la ditta produttrice olandese, al netto dei costi di spedizione e dogana, mi vende cannabis a 5,9 euro al grammo.

La cannabis made in Italy e quella olandese

canapa terapeuticaMentre aspetto il farmaco dall’Olanda, ho comprato Bedrocan, Bedica e Bedrolite in farmacia a 16 euro al grammo e, a causa del costo, cerco di utilizzarli il meno possibile, integrando con qualche regalo di cannabis auto prodotta di qualità, con la canapa industriale che ha basso contenuto di THC ma alto di CBD e quindi con gli estratti ottenuti dalle sue infiorescenze. Ho comprato in farmacia anche la FM2 prodotta in Italia è devo dire che, nonostante il potenziale terapeutico ci sia, viene troppo maltrattata: il fatto che la polverizzino prima di distribuirla potrebbe creare problemi al momento dell’assunzione, infatti anche un vaporizzatore professionale alla lunga potrebbe rimanere otturato dai micro frammenti e dalle micro particelle di polvere.

Per il resto mi sembra una Cannatonic, una Diesel CBD, ma è prioritario richiedere che ci venga somministrata con le cime intere e non polverizzate.

Facendo le somme, fra farmaco olandese e farmaco italiano io naturalmente non sono completamente soddisfatto della qualità e del loro costo: la mia prescrizione parla di plant therapy, auto coltivazione e come scritto nello Statuto del Canapa Caffè, lottiamo per l’accesso al farmaco. Crediamo che in questo momento l’unico modo per garantire l’art. 32 della Costituzione sia dare la possibilità di coltivare a chi ne fa domanda. Se si istituisse un centro di controllo del farmaco autoprodotto, i pazienti starebbero meglio. Lo Stato non spenderebbe e ci sarebbe più lavoro per medici e ricercatori producendo per la prima volta dati scientifici.

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