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Parola agli esperti e ricercatori

Mimmo Scollo, fitoterapia e cannabis: utilizzare le piante in medicina.

fitoterapia e cannabis

L’impiego delle piante nella cura dell’uomo risale alla nascita del genere umano, per questo motivo Mimmo Scollo si occupa di fitoterapia e cannabis.

Qual’è la tua specializzazione e di cosa ti occupi?

Sono un farmacista specializzato in fitoterapia clinica. Il mio lavoro è quello di aiutare i pazienti e i loro medici ad ottimizzare i piani terapeutici mediante l’impiego di estratti di piante medicinali, con un contenuto di principi attivi standardizzati. L’obiettivo è migliorare la risposta terapeutica, ridurre le dosi di farmaci e gli effetti collaterali. Si tratta di un approccio di medicina integrativa, pratica medica che usa tutti gli approcci terapeutici necessari, anche non convenzionali, ma confermati da evidenze scientifiche, come la medicina ayurvedica, per raggiungere uno stato di salute ottimale. In precedenza ho svolto attività di ricerca pre-clinica all’Università di Catania e durante il mio dottorato di ricerca mi sono occupato della farmacologia dei cannabinoidi ed endocannabinoidi, studiando in particolare le loro proprietà antiinfiammatorie ed antitumorali.

Durante gli studi, cosa hai appreso sugli effetti curativi della cannabis?

Riguardo la fitoterapia e la cannabis, nel 2011 ho conseguito il dottorato con una tesi sperimentale condotta su modelli cellulari di melanoma umano. Abbiamo pubblicato i risultati che dimostravano la capacità dei cannabinoidi di indurre l’apopstosi il “suicidio” delle cellule tumorali e di contrastare l’infiammazione che permette al tumore di crescere e diffondersi.

Un altro filone di ricerca, che coniugava fitoterapia e cannabis, era quello sull’artrite reumatoide, malattia autoimmune che provoca gravi infiammazioni croniche alle articolazioni, rendendo questa patologia invalidante e dolorosa. In questo caso abbiamo dimostrato come un endocannabinoide, cioè una sostanza prodotta dal nostro corpo, sia la molecola capace di inibire tali infiammazioni.

Parte importante del lavoro del ricercatore è quella di studiare i lavori di altri colleghi e di confrontare i risultati in meeting internazionali. Durante queste attività ho potuto constatare la vasta gamma di patologie in cui la cannabis, intesa come infiorescenza di cui si conoscono le percentuali di THC e CBD, è utile: dall’epilessia all’ansia, dalle malattie reumatiche croniche all’anoressia. Ci sono evidenze anche per il trattamento del morbo di Parkinson e di alcuni tumori. In definitiva si tratta, anche se in diversa misura ed efficacia, di proprietà terapeutiche antidolorifiche, ansiolitiche, antiinfiammatorie, antitumorali e neuroprotettive.

Dopo gli studi, come coniughi la fitoterapia e la cannabis?

Si è trattato di un processo graduale iniziato con l’interesse per la farmacologia delle piante e con la curiosità verso altre filosofie mediche che sempre hanno curato l’uomo. Durante le mie ricerche la letteratura scientifica riportava scoperte sulle proprietà farmacologiche dei diversi costituenti chimici della cannabis e contemporaneamente esisteva una mole imponente di racconti aneddotici su di essa. Trovando importanti conferme cliniche, le pratiche mediche non convenzionali venivano passate al vaglio del metodo scientifico, mancando però di tutti gli strumenti sviluppati dalla medicina occidentale, ovvero tutta una serie di ricerche che potessero stabilire con certezza il grado di tossicità o di purezza degli estratti, come pure non si conoscevano quali fossero i meccanismi d’azione attraverso i quali i differenti cannabinoidi agivano sul nostro organismo. Sono state queste lacune che mi hanno spinto ad intraprendere gli studi sulla cannabis, con la volontà di comprendere un uso così diffuso in passato da parte di diverse culture che, pur teorizzando sistemi terapeutici differenti, convergevano nelle applicazioni.

Che potenzialità di applicazione avrebbe questo farmaco nel nostro paese? Una stima di quante persone potrebbe curare?

Al momento attuale è permesso l’impiego nella sclerosi multipla, nel dolore cronico neuropatico, nella gestione del dolore e degli effetti collaterali della chemioterapia nei pazienti oncologici, nel glaucoma e per la gestione della sindrome di Tourette. Senza contare le altre patologie che abbiamo già menzionato, la quantità di pazienti che potrebbero beneficiare di queste terapie sono nell’ordine delle migliaia.

La fitoterapia è la scienza medica forse più antica, che posto ha nell’insegnamento universitario al giorno d’oggi?

Sono passati quasi dieci anni dal primo Master in Fitoterapia clinica dell’Università di Firenze, al giorno d’oggi alcuni atenei italiani hanno inserito l’insegnamento di Fitoterapia nel percorso di studi di medici e farmacisti, ma siamo purtroppo ancora all’inizio. E nonostante le conferme scientifiche, una buona parte dei professionisti della salute ignora ancora la reale portata di questa disciplina.

 Puoi suggerire i migliori metodi di assunzione di cannabis per motivi medici?

Dobbiamo considerare come preferenziali la via orale (sotto forma di decotto) e quella inalatoria tramite l’uso di un vaporizzatore, evitando così la combustione della pianta che causa distruzione di principi attivi e la formazione di sostanze tossiche.  Le differenze principali tra le due modalità di assunzione risiedono nel tempo di insorgenza degli effetti, molto breve se vengono inalati i vapori, e nella durata e nell’intensità dell’attività farmacologica. Nel caso del decotto andremo incontro ad una attività di qualche ora, ma con un assorbimento nel circolo sanguigno di gran lunga inferiore alla vaporizzazione della cannabis. E’ possibile modulare e gestire gli effetti a seconda dello specifico ed unico stato clinico del paziente, personalizzando la terapia secondo i suoi bisogni e gestendo al meglio i possibili effetti collaterali.

Come agisce la complessità del fitosistema cannabis sul nostro corpo?

Diciamo che se dividiamo le nostre attività vitali di base (regolate dal Sistema Nervoso Autonomo) in azioni di “lotta e fuga” (respiro e battiti accelerati, apporto maggiore di sangue ai muscoli) e di “riposo e digestione”, e classifichiamo le molecole farmacologiche che su essi agiscono come attive in un senso o nell’altro, possiamo dire che il fitocomplesso della cannabis si colloca al di sopra di questa divisione, agendo come sistema modulante e da fine regolatore dell’attività del SNA. Si tratta perciò di un’interazione davvero complessa, il cui effetto finale dipende primariamente dalla composizione quali-quantitativa della pianta e, in secondo luogo, dalla dose assunta e dalle modalità e frequenza di assunzione.

Se fossi un consulente del Ministero della Salute cosa cambieresti delle attuali politiche in materia di sostanze cannabinoidi in medicina?

Sinceramente c’è tanto da cambiare, nonostante i numerosi passi avanti compiuti a livello legislativo. Consiglierei al Ministero di evitare interventi in questioni tecniche come l’appropriatezza prescrittiva e l’elenco delle patologie ammesse. Ci sono autorità statali più competenti, come l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), che possono definire meglio gli ambiti e le limitazioni d’uso con riferimenti più aderenti alle esperienze cliniche internazionali. Attualmente la legge nazionale ammette la terapia a base di cannabinoidi solo dopo che altri approcci terapeutici hanno fallito. E’ un errore. C’è poi il problema della produzione: è corretto assegnare al Ministero il ruolo di coordinatore e produttore unico di canapa medicinale, ma c’è il rischio di sottostimare i quantitativi da produrre perché saranno le Regioni e Province autonome a dover indicare al Ministero il fabbisogno terapeutico di cannabis, sulla base di un’esperienza clinica che non hanno. Destinerei più risorse finanziare ed umane alla ricerca e formazione clinica sulla cannabis a livello nazionale: confermando le indicazioni terapeutiche anche per altre patologie, come l’epilessia e le malattie reumatiche, si amplierebbe il numero di pazienti beneficiari di una pianta medicinale prodotta esclusivamente dallo Stato, prescritta dal medico e confezionata dal farmacista (farmaco galenico). Si instaurerebbe quindi un circuito virtuoso in cui il paziente riceve una cura integrata più efficace, con un ricorso minore ai farmaci di sintesi e conseguente abbassamento della spesa farmaceutica, e dove le ricadute economiche della produzione e prescrizione sarebbero tutte a vantaggio della fiscalità generale.

 

 

 

 

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