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Parola agli esperti e ricercatori

Dott. Francesco Crestani: cannabis e terapia del dolore

Specialista in anestesia e rianimazione, il Dott. Francesco Crestani è stato fra i primi in Italia ad associare cannabis e terapia del dolore.

Dott. Crestani lei è stato uno dei pionieri per quanto riguarda l’utilizzo della cannabis in medicina nel nostro paese. Quando ha cominciato a interessarsi alle applicazione terapeutiche della cannabis nella terapia del dolore?

Circa venti anni fa, approfondendo la fitoterapia del dolore, cioè l’uso delle piante con effetto antidolorifico, mi imbattei nella cannabis. A quei tempi se ne stava iniziando a parlare, ma ovviamente la situazione era totalmente diversa: nessuna disponibilità, quasi solo pregiudizi. Insieme ad alcuni altri specialisti e ad alcuni pazienti pensammo di approfondire l’argomento, cercando di essere razionali e non facendoci “distrarre” da altre problematiche connesse alla cannabis. Il nostro scopo era studiare gli usi terapeutici della pianta e poter permettere ai medici di usarla se vi erano indicazioni adatte. Per questo fu fondata nel 2001 l’Associazione Cannabis Terapeutica, la prima a trattare specificatamente il problema della canapa in terapia.

Alla luce della sua esperienza come valuta il modello italiano di accesso alla canapa medica? Quali i punti di forza e quali le criticità?

In teoria è uno dei modelli più all’avanguardia a livello mondiale: per molte patologie il Servizio Sanitario concede gratuitamente vari tipi di cannabis, addirittura prodotta dallo Stato. Poi, la pratica è più complicata. La legge statale la concederebbe per il “dolore”, senza specificare quale tipo, ovviamente se i farmaci o le terapie di uso comune sono inefficaci o gravati da effetti collaterali (e poi la concederebbe per una serie di altre patologie, secondo il decreto “Lorenzin”). In realtà il federalismo sanitario fa sì che le Regioni si comportino in maniera diversa fra loro, e sono ricorrenti le difficoltà di approvvigionamento.

Su che cosa bisognerebbe puntare per migliorare il modello italiano? A quali realtà estere lei farebbe riferimento e perché?

Se le leggi italiane fossero applicate sul serio, non ci sarebbe tanto da guardare all’estero. Poi c’è un indubbio problema di informazione, ma questo è universale.

Quanti pazienti ha seguito in questi anni? Per quali patologie la cannabis le ha dato i migliori riscontri?

Ormai sono centinaia, difficile tenerne il conto. Sono medico ospedaliero, non mi interessa avere “clienti”, per cui sono ben contento se una volta impostata una terapia il paziente viene poi seguito dal suo medico di base, anche se resto in contatto con quasi tutti. Naturalmente la patologia che seguo maggiormente è il dolore cronico, che è poi quella su cui c’è anche maggior esperienza a livello internazionale.

Vuole ricordare ai nostri lettori qualche caso specifico in cui la cannabis ha cambiato nettamente la qualità di vita dei suoi pazienti?

Casi ce ne sarebbero vari, dai più semplici a quelli più complicati. Penso al ragazzo con dolore da arto fantasma, all’anziana con l’artrosi, ai ragazzini con epilessia farmacoresistente, ad alcuni bambini con il cancro, o anche “semplicemente” a un paziente con glaucoma a cui bastano poche gocce in forma di collirio…

Crede che l’offerta del mercato italiano sia soddisfacente in termine di genetiche presenti o sarebbe meglio maggiore possibilità di scelta?

Più genetiche significa più possibilità di scelta; in Israele ad esempio sono disponibili molte diverse varietà. Ma c’è anche possibilità di confusione, anche in termini di riproducibilità dei risultati. Per ora non conosciamo bene a fondo il THC e il CBD, se poi ci mettiamo il CBN, la CBDV, i terpeni etc c’è rischio di mettere troppe “canne al fuoco”.

Se pensa che integrare maggior capacità di scelta in senso di nuove varietà all’interno dell’offerta nazionale possa creare confusione sotto il profilo della riproducibilità dei risultati, al momento a che punto siamo sotto questo profilo? Esiste un modello nazionale che sistematicamente monitori gli assuntori di cannabis terapeutica? Che feedback da questo sistema a voi medici prescrittori?

Per ogni prescrizione il medico deve redarre un modulo apposito di monitoraggio di tre pagine. Sarebbe un obbligo di legge, e gli specialisti ospedalieri sono controllati e nel caso se ne dimentichino uno, vengono avvisati. I moduli vanno infatti inviati alle farmacie ospedaliere, che li inviano in regione che li inoltra al ministero. Per quasi tutte le regioni è cartaceo; direi che è molto improbabile che qualcuno vada a scartabellare poi migliaia di pagine di moduli. Mi chiedo che fine fanno.

Ha mai prescritto ai suoi pazienti le genetiche prodotte in Italia? Che riscontri ha avuto rispetto all’esperienza con le genetiche olandesi?

Certo, le ho prescritte, anche con buoni risultati.

Può fare qualche esempio di questi casi e parlarci di questi risultati positivi?

Guardi, ho qui per caso tre rinnovi fatti proprio oggi di piani terapeutici con FM2. Il primo caso è un paziente di circa quaranta anni con adrenoleucodistrofia, grave malattia genetica che colpisce il sistema nervoso. Ha spasticità grave accompagnata da dolore, e a lui ho prescritto cartine per vaporizzazione, e sono ormai quattro anni che lo seguo. La seconda è una signora sui settanta anni con artrite reumatoide e radicolopatia, per la quale a suo tempo fu impiantato un elettrostimolatore. Lei si trova bene con il decotto. Il terzo è un paziente sulla quarantina, affetto da SLA. Da cinque anni ormai usa cartine per vaporizzazione. Come può intuire, tutti pazienti “difficili” e che hanno trovato almeno un po’ di sollievo con la cannabis.

Ha mai prescritto le genetiche canadesi? Con quali risultati?

Per ora la mia esperienza al riguardo è molto ridotta, anche perché la disponibilità non era gran che.

Quali sono le difficoltà per un medico al momento di prescrivere la cannabis, cosa cambia rispetto alla prescrizione di qualsiasi altro farmaco?

Naturalmente c’è una notevole burocrazia, ma soprattutto, più che con altri farmaci, il paziente deve essere seguito strettamente per trovare il tipo, o i tipi, di cannabis adatti e la dose ideale, che può anche variare nel tempo. Non che ci siano problemi particolari dal punto di vista di effetti collaterali, che anzi nella mia esperienza sono molto minori rispetto a tanti farmaci di uso comune.

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