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Parola agli esperti e ricercatori

Giampaolo Grassi: FM2 ed FM1 la nascita della cannabis medica italiana.

cannabis medica italiana

Giampaolo Grassi ha lavorato al CREA di Rovigo per 30 anni. In pensione da aprile 2020, ci racconta il punto di vista interno di un funzionario statale che ha fatto della canapa il principale oggetto della propria ricerca: miglioramento genetico e produzione della cannabis medica italiana Fm1 ed Fm2

L’inizio della carriera

Quando ha cominciato ad occuparsi di canapa, in cosa consisteva il suo ruolo ?
Ho iniziato nel 1995, con il primo programma triennale lanciato dal MiPAF. Ero nel gruppo del Dr. Ranalli, per il miglioramento genetico della canapa, ed avevo l’incarico di misurare il livello dei cannabinoidi nella pianta e sviluppare test diagnostici da campo.

Cosa significa lavorare al miglioramento genetico di una pianta come la canapa?
Inizialmente eseguivo le analisi. I genetisti autorizzati erano altri. Poi mi sono incuriosito sulla trasmissibilità dei caratteri che determinano il tipo di cannabinoide accumulato nella pianta. Talvolta la sfortuna di incrociare persone ottuse e chiuse può essere una fortuna. Infatti per l’impossibilità di lavorare con il THC, perché non ottenevo l’autorizzazione dal nostro Ministero della Salute, mi sono dedicato agli altri cannabinoidi non stupefacenti e minori.

Ciò mi ha consentito di arrivare, nel 2000, ad avere il CBD, il CBG ed altri cannabinoidi, che ai colleghi stimolavano poca curiosità. Studiare i cannabinodi è solo una infinitesima parte di tutto ciò che può significare lavorare al miglioramento genetico della canapa. Io, in 25 anni di attività, ho appena sfiorato quello che significa selezionare la canapa. Ho fatto le prime monoiche italiane. Ho isolato utili caratteri mutanti della foglia. Ho ripulito tutte le varietà dioiche che sforavano lo 0,3 e poi lo 0,2% di THC. Ho fatto le prime varietà di cannabis medica italiana e, tra queste, due sono ora impiegate dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze. La prima (FM2) registrata a mio nome e la FM1 con il contributo di uno dei più bravi conoscitori della canapa in Italia: Gianmaria Magagnini.
Non bastano due vite per dire di aver capito e rivoluzionato il miglioramento genetico della cannabis. In una vita, c’è riuscito solo Etienne De Meijer, un genio con alle spalle la GW Pharmaceuticals, l’azienda farmaceutica più impegnata sui cannabinoidi vegetali. 

La nascita della cannabis medica italiana

cannabis medica italianaPuò raccontarci come nascono l’FM1 e l’FM2? 
Le due varietà di cannabis medica italiana sono state ottenute in tempi non sospetti, in cui pensare di avere la cannabis terapeutica in Italia era ancora quasi un’utopia. C’era l’esempio della Bedrocan e del loro famoso catalogo derivato dalla Sensi Seed. Chi meglio di questa potenza poteva fornire le basi per produrre canapa ad alto titolo e con buone caratteristiche agronomiche? Noi non abbiamo comprato i semi da loro, ma certamente sono materiali che hanno risentito dei decenni di selezione che il mondo “alternativo” ha fatto con i mezzi quasi illimitati che disponeva. La parte CBD è emersa da un progenitore della Cannatonic che all’epoca era ancora un mix di piante con alto THC e alto CBD.

Per stabilizzare la linea a prevalente CBD abbiamo lavorato qualche anno e a detta di un laboratorio esterno al CREA, che ha esaminato un campione che noi stimavamo avere il 17% di CBD, la concentrazione effettiva arrivava al 22%. In parallelo abbiamo lavorato sulle linee a THC prevalente. Ne avevamo disponibili una decina e, sino al 2003, le avevamo potute valutare solo in vaso perché mai autorizzati a piantarle in pieno campo (outdoor). Poi, finalmente, abbiamo ricevuto la grazia dalla funzionaria responsabile del Ministero della Salute di poter utilizzare 2.300 mq dei 60 ettari che a Rovigo erano disponibili per fare ricerca e così, per la prima volta, le abbiamo potute esaminare anche quando le piante crescevano in condizioni naturali. La linea a prevalente THC scelta, ci risultava produrre attorno al 20% di THC. Va detto che la tecnica di coltivazione e l’ambiente hanno un peso superiore all’influsso dei caratteri genetici e perciò è molto facile avere risultati che variano ampiamente in termini di contenuto di cannabinoidi.

Perché tiene a precisare questo aspetto?
Perché non mi stupisce se qualcuno si lamenta che la FM1 ha un range di variabilità di contenuto di THC troppo ampio. Per restare entro la finestra stretta che la standardizzazione farmaceutica impone, bisogna accontentarsi. Inoltre, il tempo ed i permessi di fare delle prove comparative tra il nostro ambiente e quello di Firenze non c’è mai stato e così abbiamo dovuto scegliere quella che a noi sembrava la miglior varietà. Speriamo che la fortuna ci abbia aiutato.

Cosa intende con bisogna accontentarsi riguardo la standardizzazione?
Che per stare entro le regole che la GMP impone, i militari hanno dovuto inserire un ampio range di variabilità del contenuto di THC perché nelle loro mani e nelle loro condizioni la percentuale di THC risultava molto variabile.

Con quali aspettative ha vissuto la nascita del progetto pilota di produzione di cannabis da parte dei militari di Firenze?
Da ricercatore avrei sognato di entrare in piena sintonia con i partner del progetto cannabis medica italiana e rappresentare l’unità responsabile dello sviluppo e della ricerca, invece siamo stati un mezzo usato per arrivare ad obiettivi di interesse di politici e burocrati. Un programma così importante, infatti, avrebbe dovuto vedere coinvolti medici, clinici, farmacologi, sociologi e coinvolgere tutte le migliori competenze della ricerca che aziende straniere ci hanno in gran parte sottratto. Nessuno dei funzionari ministeriali ha mai preso sul serio le realtà oltre oceano o mediterranee. Non c’è stato dialogo allargato ai tecnici, ma sempre un discorso che cadeva dall’alto di quei due o tre funzionari del Ministero della Salute e della Difesa. La componente agricoltura è stata considerata solo come fornitore di servizi e materiali. Le associazioni di malati non hanno mai avuto un peso e non sono state mai sufficientemente ascoltate. L’ostinazione a considerare i quantitativi di farmaco prodotti sufficienti a soddisfare il bisogno dei malati fa capire con quale spirito e considerazione si porta avanti un programma di questo tipo. Mai è stato accettato di fare un trial clinico che valutasse i diversi aspetti della materia prima.

Dunque che ruolo ha avuto il CREA in questo progetto?
Di semplice servizio a supporto della produzione di piante. Le do un solo esempio. In una situazione di stupore e sorpresa per un evento legato alla cannabis al funzionario del Ministro che teneva i rapporti con la stampa da più di 10 anni è stato chiesto se era al corrente delle vicende legate alla cannabis medicinale ed al ruolo del CREA su questo argomento. La risposta è stata che in 10 anni (cosa successa 4 anni fa) non aveva mai saputo che il CREA si occupasse di cannabis medica.

Quante talee siete riusciti a garantire in supporto del progetto di produzione italiana? Con quale cadenza le consegnavate e in che quantità?
Tutte quelle che richiedevano. Normalmente ne producevamo un numero doppio e poi sceglievamo le migliori. Mediamente la cadenza era di due mesi. Per preparare talee bisogna avere un competenza per clonare, per allevare e per preparare talee omogenee, quindi livelli di standardizzazione e livelli di sicurezza. Siccome prima che andassi in pensione, non ho avuto nessun periodo di affiancamento con i futuri funzionari e, siccome gli attuali responsabili della produzione non hanno, che sappia, esperienze previe con la coltivazione di cannabis, posso supporre che la situazione sia critica per questa problematica di recuperare un gap a livello di know how.

Una carriera spesa in un settore criminalizzato dalle stesse istituzioni

cannabis medica italianaCosa ha imparato nella sua esperienza pluriennale con la canapa e sulla canapa?
Sicuramente ho compreso che ho fatto bene ad occuparmi di questa coltura e che non si finirà mai di comprenderla. Ho imparato che nella vita bisogna trovarsi al posto giusto, nel momento giusto. Io ho avuto la fortuna di capitarci e non ho mai pensato di mollare. Non ho mai mollato neanche quella volta che mi sono trovato circondato dai tre più alti funzionari del Ministero dell’Agricoltura e dal mio direttore. Nonostante le minacce di ricevere l’ispezione più accurata e puntigliosa possibile da parte del Dr. Giuseppe Ambrosio (Direttore generale della ricerca scientifica) su tutto quello di cui mi ero occupato se non avessi accettato di sottoscrivere un’abiura e rinunciare a proseguire le attività sulla canapa. Oppure quando la Guardia di Finanza mi ha sequestrato un’intera camera di crescita perfettamente autorizzata, oppure quando il funzionario di turno mi ha applicato un’ammenda da 500 euro ed io sono stato l’unico in Italia a doverla pagare (di tasca mia perché l’ente se ne guardava bene da contribuire in solido in questi casi) o ad essere per 25 anni responsabile della tenuta dei registri della sostanze stupefacenti (con risvolti penali pesanti in caso di errore), senza percepire 1 euro di indennità e dover accettare di firmare la lettera del direttore di turno (esclusi gli ultimi due, per l’onor del vero) che si lavava le mani di tutto il programma canapa e mi chiedeva di sottoscrivere la dichiarazione che lui era completamente estraneo a queste pratiche.

Quali sono state le difficoltà vissute nella sua esperienza professionale rispetto alla coltivazione di canapa?
Restando in ambito agricolo, la maggior difficoltà è derivata dal fatto che il Ministero dell’agricoltura ha sempre considerato la canapa più che marginale e di pochissima rilevanza. Infatti ci sono sempre stati contributi per la coltivazione e la trasformazione del tabacco, della bietola, del pomodoro e di decine di altre colture, ma il nostro Ministero non ha mai pensato di includere la canapa nelle politiche di sviluppo nazionale. Ha speso qualcosa per la ricerca, ma poi, quando si trattava ad esempio di costruire un primo ed unico centro di trasformazione o di dar seguito alle misure di sostegno iniziali dell’Unione europea, non ha mosso un dito. La ragione di ciò che è accaduto è legata al fatto che alla direzione del Ministero dell’Agricoltura sono sempre passati ministri di un chiaro e preciso schieramento, cioè quello avverso alla canapa: Alemanno, Poli Bortone, Zaia, Di Girolamo, Cinquecento. Tutti questi ministri hanno farcito le varie direzioni di responsabili che avevano lo stesso credo politico e purtroppo lo spoiling system non è stato applicato abbastanza. Quelli che dovevano avere un atteggiamento diverso e positivo verso la canapa, sono passati senza lasciar traccia e senza che nessuno si accorgesse di loro.

Se avesse il potere di intervenire nella gestione del CREA, su cosa punterebbe?

Sulla creazione di un gruppo almeno 3 o 4 persone stabili e competenti che avessero a disposizione un budget adeguato e con piena autonomia nella  sua utilizzazione (utopia in ambito pubblico, ma è ciò che servirebbe per operare in modo efficiente). Pensando più in grande, realizzare lo spin off che avrebbe dovuto e potuto realizzare 8 anni fa. Ora non avremmo avuto più bisogno di importare cannabis dall’estero. Ma anche questa è un utopia in ambito pubblico.

Perché l’autarchia produttiva di cannabis medica italiana è un utopia

Perché è un’utopia l’indipendenza produttiva di cannabis terapeutica?

Perché il nostro Ministero della Salute e quello della Difesa vogliono gestire in proprio questo settore e non intendono concedere ad alcun privato la possibilità di coltivare cannabis medica, neppure con sub licenza concessa dallo Stabilimento. Questo significa non voler soddisfare le esigenze nazionali. Un paese di poco più di 8 milioni di abitanti, com’è Israele, ha 60.000 malati curati con la cannabis. Il nostro Paese ha più di 60 milioni di abitanti ed intende curarne un migliaio. Da qui si capisce bene quali sono gli orientamenti del nostro establishment burocratico ministeriale. I ministri sono solo dei passacarte che firmano ciò che gli propongono le varie direzioni.

Cosa manca allo Stabilimento di Firenze per soddisfare realmente il fabbisogno di cannabis terapeutica nazionale?
La possibilità di operare come una vera impresa privata. Le condizioni imposte dal sistema statale impedisce ogni tentativo di sviluppo competitivo, efficiente e rapido.

Come si potrebbe migliorare il sistema italiano di produzione e distribuzione della cannabis terapeutica?
Offrendo le licenze di coltivazione a più soggetti (non più di 5 assortiti, uno pubblico e 4 privati nazionali veri e senza vincoli di quantità e distribuzione del materiale prodotto.

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