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Parola agli esperti e ricercatori

Ethan Russo e il futuro della cannabis terapeutica

futuro cannabisQuale futuro per la cannabis terapeutica? Ne parliamo con il Dottor Ethan Russo, esperto globale di cannabis medica, con 24 anni di esperienza nella ricerca clinica.

[Foto di Fred Gardner. A sinistra il Dottor Ethan Russo in compagnia del Professor Raphael Mechoulam, al centro, e del Professor Yehiel Gaoni, a destra, gli scienziati che nel 1964 hanno scoperto il THC].

Alcuni scienziati italiani affermano che la cannabis sia una fabbrica molecolare. Dal punto di vista della ricchezza chimica di questa pianta, esiste già, o potrebbe essere utile adottare, un modello di ricerca unico e quindi comparabile?

Sono d’accordo che la cannabis sia un’officina farmaceutica. Detto questo, un modo interessante per fare esperimenti è quello di comparare un cannabinoide isolato rispetto a un estratto completo e ciò è stato fatto numerose volte. Ruth Gallily, in Israele, ha condotto uno  studio sul cannabidiolo in cui esamina la risposta dei roditori al dolore. Quello che succede quando si utilizza il solo cannabidiolo è che troppo poco non influisce sul dolore, quando è abbastanza un’influenza c’è, ma quando si aumenta, ulteriormente la dose, il beneficio sul dolore viene perso. Questa è quella che viene chiamata una relazione dose/risposta caratterizzata da un effetto bifasico. Quando è stato fatto lo stesso esperimento con la stessa quantità di cannabidiolo, ma come parte di un estratto completo, quando la dose di farmaco aumentava il controllo del dolore continuava. Questa è una dimostrazione che, nella maggior parte dei casi, l’estratto full spectrum sia più efficace rispetto al composto puro.

Quindi in medicina è spesso e volentieri preferibile l’utilizzo di estrazioni full spectrum?

Propongo un altro esempio. Esiste una polemica sul fatto che molte aziende stiano cercando di produrre cannabinoidi a partire dal lievito o da batteri come il batterio E.coli. Questo procedere è interessante e la scienza che vi sta dietro è affascinante. Tuttavia, dopo aver studiato questi temi per molti anni, la mia convizione è che questi cannabinoidi isolati non avranno mai lo stesso respiro d’attività della complessa miscela prodotta dalla pianta. Siamo inseriti in un contesto in cui conosciamo nella pianta almeno 150 cannabinoidi diversi. Quindi non si tratta di solo THC, né di solo CBD e nemmeno di solo CBG. Le altre sostanze chimiche sono almeno 147. In Italia, lo scorso anno, è stato isolato uno nuovo cannabinoide: il tetraidrocannabiforolo, 23 volte più potente del THC. E altri sono in arrivo. Oltre ai cannabinoidi poi, nella cannabis sono stati trovati anche 200 diversi terpenoidi. Questo, insomma, dimostra che questa pianta abbia una straordinaria capacità di produrre sostanze chimiche diverse e che non lo faccia per farci sballare o per creare medicine per gli umani. Lo fa perché questi composti servono al bisogno ecologico della pianta stessa, sia che si tratti di difesa contro attacchi di insetti, di resistenza a malattie o ai funghi. Noi stiamo solo sfruttando il fatto meraviglioso che questa pianta sia così versatile nella produzione di sostanze chimiche che fanno bene alla nostra salute.

In Europa c’è ancora chi afferma che manchino studi clinici sulla marijuana. Se da un lato questo è assolutamente vero, dall’altro non crede necessario un approccio diverso per il futuro della cannabis come medicamento? Come sfruttare al meglio le esperienze aneddotiche di migliaia di pazienti? Come lavorare, dal punto di vista dei dati, per sviluppare un farmaco che sarà più efficace se altamente individualizzato?

Il primo motivo per cui non abbiamo così tante ricerche è una questione di accesso e finanziamento. Nel mondo la maggior parte delle ricerche biomediche è ancora finanziata attraverso il National Institute of Health degli Stati Uniti. Il loro budget, tuttavia, è stato tagliato ed anche a causa delle leggi americane che enfatizzano i pericoli della cannabis piuttosto che i suoi benefici. Ci sono stati molti bastoni fra le ruote della ricerca. Chiarito questo, è assolutamente falso dire che non abbiamo abbastanza prove perché queste sono molto forti per una serie di patologie come per il trattamento del dolore negli adulti, per il trattamento della nausea e del vomito, associati alla chemioterapia e poi, nel caso del cannabidiolo, per il trattamento di sindromi epilettiche gravi. Poi esistono molte prove, meno convincenti, ma che restano prove, sui benefici rispetto un’ulteriore ampia gamma di disturbi. Infine abbiamo l’esperienza di milioni di pazienti in tutto il mondo che non sono stati sottoposti al minimo studio di controllo, ma che stanno riscontrando benefici e stanno abbandonando farmaci più pericolosi come gli oppioidi. Quello che dobbiamo fare è ottenere cambiamenti delle leggi a livello nazionale ed internazionale. La cannabis non è cocaina, la cannabis non è eroina. Ci sono differenze e se leghiamo insieme sostanze come queste, il risultato tende ad essere altamente impreciso e controproducente.

Cosa ne pensa della demarcazione che esiste nella maggior parte delle leggi del pianeta tra consumatori di cannabis per ragioni mediche e consumatori per ragioni non mediche? Esiste davvero questa differenza?

Questa è una di quelle domande su cui potremmo discutere all’infinito. Non credo che esista una netta distinzione. Ci sono persone che potrebbero dire che il loro uso è ricreativo, ma in realtà perché consumano? Lo fanno per rilassarsi, lo fanno perché aiuta a dormire, lo fanno perché può mitigare i dolori dopo una giornata di intenso lavoro, oppure lo fanno perché vogliono dimenticare quanto il loro capo sia stato cattivo nei loro confronti. Queste sono tutte cose che altre persone potrebbero voler risolvere bevendo alcolici, ma in modo inefficace, aggiungerei. Inoltre, ci sono molte persone che stanno curando qualcosa senza rendersene conto. Grazie alla cannabis molte persone notano risultati migliori. Alcune di loro potrebbero soffrire di un disturbo da deficit dell’attenzione mai trattato o potrebbero avere un’ansia o una depressione di fondo che la cannabis aiuta. Sono colpevole di usare questa demarcazione in prima persona, ma penso che sia un po’artificiale e che le differenze spesso si sovrappongano in larga misura. Spero pertanto che non diventi un problema di bianco e nero, perché non si può avere una separazione totale di queste due ragioni che conducono le persone al consumo di cannabis.

La missione della sua ditta, Credo Science, è quella di commercializzare prodotti brevettati, sviluppati a partire dall’indagine sulla cannabis e sul sistema endocannabinoide (ECS), rendendo questa medicina migliore e più sicura. Cosa significa rendere la cannabis migliore perché più sicura?

Comincerei dal non essere d’accordo con le persone che dicono che la cannabis non abbia effetti collaterali. Nonostante per la maggioranza delle persone il consumo di cannabis può certamente rappresentare vantaggi in termini terapeutici, ci sono persone con la predisposizione a sviluppare psicosi e, per loro, la cannabis può essere pericolosa. C’è, poi, un piccolo gruppo di persone che non dovrebbero usare cannabis perché tende a sviluppare la sindrome da iperemesi da cannabinoidi, sindrome da nausea, vomito, dolore addominale e, l’unica cosa che impedirebbe loro di avere questi sintomi, è l’interruzione del consumo. Quello che miriamo a fare, quidi, è produrre un prodotto farmaceutico in cui vedremo i benefici ma con meno effetti collaterali. Ad esempio sappiamo che oltre al THC, nella cannabis, esistano molti ingredienti che possono influenzare il dolore e l’infiammazione. Ora, per funzionare in queste situazioni, un po’ di THC è estremamente utile, ma una quantità troppo elevata potrebbe produrre effetti collaterali, come ansia o paranoia, che le persone non vogliono. Quando la medicina a base di cannabis è preparata correttamente, possiamo fare in modo che ci siano benefici sul dolore o sulla spasticità o migliorare il sonno con minori effetti collaterali.

Come si procede quindi per avere i benefici e ridurre gli effetti collaterali?

Con la conoscenza di cosa fanno i diversi componenti della cannabis e di come possono essere prodotti in un modo che li renderà migliori e più sicuri. Nel nostro caso ci piace produrre piante vigorose e prive di malattie e molti di questi risultati provengono sia da breeding selettivi che dalle tecniche di trasformazione ed estrazione. Parte della nostra missione è quella d’incoraggiare un’agricoltura della cannabis biologica e rigenerativa. Vogliamo vedere meno produzioni di tipo industriale che utilizzano pesticidi e prodotti di quel tipo perché non sono necessari e sono un problema e noi vogliamo ridurli. In circolazione, per fare un esempio, sono disponibili molti concentrati di cannabis e, generalmente, sono realizzati in maniera da produrre grandi quantità di THC ad esclusione degli altri componenti che renderebbero lo stesso prodotto più sicuro. Da questo punto di vista, non stiamo cercando di rovinare il divertimento di nessuno, ma piuttosto di produrre una migliore esperienza terapeutica e, potenzialmente, anche un’esperienza ricreativa migliore.

Parlando della cannabis come di una medicina sicura, lei si riferisce al lavoro di breeding e a quello di trasformazione. Cosa ne pensa della coltivazione in sé come importante espediente curativo inteso a livello di fitoterapico?

L’azione fitoterapica è qualcosa che succede realmente con la cannabis poiché le persone sono davvero coinvolte nel processo di coltivazione. Io stesso, su piccola scala, sono un produttore biologico di frutta e bacche. Questa è un’attività molto piacevole, ovviamente, in una situazione in cui il paziente ha la capacità di coltivare legalmente, perché fornisce davvero un bel diversivo ed una sensazione di responsabilizzazione, nel senso che i pazienti sentono di avere il controllo della situazione. Quando ne hanno le capacità e quando sono autorizzati per farlo credo sia una cosa molto potente per i pazienti per questo, quando possibile, incoraggio le persone a pensare davvero in questi termini.

Alla luce della sua esperienza, all’inizio del secondo ventennio del millennio, in quali settori si sta dirigendo la ricerca internazionale sul futuro della cannabis terapeutica?

La maggior parte delle persone si concentra sul trattamento del dolore e del sonno in cui già sappiamo che la cannabis può funzionare ed è solo una questione di capire cosa funzionerà meglio. Riguardo al futuro della cannabis in medicina, ci sono quattro aspetti che vorrei sottolineare: primo l’utilizzo della cannabis come antibiotico, secondo come trattamento primario nel cancro, poiché i cannabinoidi hanno la capacità, unica, di uccidere le cellule tumorali restando protettivi con le cellule normali e questo è molto promettente. La terza area è la psichiatria, con il ruolo della cannabis nel trattamento dell’ansia, un problema estremamente comune, soprattutto nell’era del Covid in cui tutti sono più ansiosi di quanto lo fossero in precedenza. Abbiamo bisogno di farmaci migliori che non creino dipendenza, che non siano intossicanti e che affrontino il problema e la cannabis può essere la risposta. La quarta area è stata totalmente ignorata finora e mi riferisco al trattamento delle malattie delle donne come i problemi ginecologici. Nel diciannovesimo secolo, quando in Europa la medicina a base di cannabis venne davvero sviluppata, alcuni degli usi più frequenti erano per ostetricia e ginecologia e questo sembra ce lo siamo dimenticati.

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1 commento

  • Antonio Mercogliano avvocato

    02/12/2022 16:54

    occorre dare impulso alle politiche favorevoli alla legalizzazione, fare proseliti e diffondere sempre più i risultati delle cure; solo così potremo guadagnare una svolta ideologica, che oggi definirei terrorostica sulle persone, promossa dalle multinazionali farmaceutiche.