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Cefalea ed emicraniaTestimonianze

Curare l’emicrania cronica con la cannabis terapeutica

emicrania cannabis

Annarita soffre di emicrania cronica ed i farmaci tradizionali con i quali si è curata le hanno causato solo effetti collaterali e nessun giovamento. Persa la fiducia nella medicina ha trovato nella cannabis una terapia alternativa contro l’emicrania.

Vivere con l’emicrania cronica: la “bestia”

Mi chiamo Annarita e dall’età di 27 anni soffro di emicrania parossistica cronica atipica (ultima diagnosi del 2015), in questo momento ne ho 36 e questa “bestia” non vuole abbandonarmi. In gergo, tra noi cefalici, viene chiamata così perché arriva violentemente all’improvviso, anche di notte, nel pieno del sonno e da quel momento hai bisogno di silenzio, buio, non puoi stenderti, la testa è trafitta e annientata dalla “bestia”, il dolore è inimmaginabile da toglierti il fiato e la parola. Il tutto accompagnato da forte lacrimazione e congestione solo da un lato della faccia, più nausea e vomito.

Il mio primo attacco arrivò così, dal nulla e fu subito violento: ero al lavoro come terminalista di giochi sportivi e non sapendo ancora come alleviare di un minimo il dolore atroce, mi hanno dovuta allontanare e, dopo aver atteso un periodo di tempo per me infinito, sono stata accompagnata a casa, mentre piangevo dal dolore e vomitavo dal finestrino.

Mia mamma è infermiera e per calmare il dolore mi fece subito prendere un Aulin, dopo un’ora un Toradol (fiala, preso sublinguale per farlo agire più velocemente) e una siringa di Plasil per calmare nausea e vomito.

Gli attacchi, anche due al giorno, per una durata di almeno un’ora, continuarono nei giorni successivi, e io per il primo periodo, nell’attesa della risonanza magnetica, continuavo con la stessa terapia, un classico in questi casi di forte mal di testa improvvisi. Gli attacchi sempre più frequenti, iniziarono a svegliarmi anche la notte ed ero arrivata a 3 Aulin più 2 Toradol al giorno, così dopo l’esito negativo della risonanza, iniziai la trafila di neurologi, dentisti, oculisti, centri cefalee, Tac, Rx, prove allergiche.

La diagnosi e la terapia farmacologica tradizionale

Come tutti dopo la diagnosi di cefalea, la prima fu nel febbraio 2010 , il primo passo fu quello di iniziare la terapia farmacologica e qui cominciò il mio cambiamento psico-fisico. Non esistono farmaci per la cefalea e tutti i mal di testa (emicrania, cefalea a grappolo, muscolo tensiva, con aura) vengono trattati con farmaci per l’epilessia e betabloccanti associati.

Per mesi, mattina e sera, ho assunto 3 volte al dì: Topamax e Indoxen (nel tempo aumentandoli gradualmente di dosaggio) in più, quando stava per arrivare l’attacco di cefalea, prendevo dei farmaci chiamati Triptani: Imigran, Maxalt, Almogran, Zomig, Relpax che mi facevano passare il dolore in un attimo, ma che come conseguenza mi facevano soffrire mezzora di effetti collaterali come vertigini, bruciore al corpo e alla testa, vomito, tachicardia, mi mancava l’aria e sentivo il petto esplodere, mi sembrava di morire.

Questa terapia mi faceva sentire debole, assonnata, sedata: all’inizio il farmaco faceva effetto poi tornavano gli attacchi soliti e si aumentava la posologia, aggiungendo gocce di Laroxyl, compresse di Flunagen e Durogesic cerotti per il dolore, fino a quando qualche effetto collaterale importante, tipo costipazione severa con formazione di un fecaloma con conseguenza di ragadi ed emorroidi, mi portava a mutare terapia.

Con l’umore pessimo e il mal di testa ormai già cronico, alla Clinica Maugeri di Telese Terme ritentai un’altra terapia: Depakin e Inderal sostituito poi dall’Isoptin e con Difmetrè 1.000 da prendere al momento del bisogno, senza apparenti benefici e con la dipendenza dal Difmetrè.

Emicrania e ossigenoterapia

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Un giorno incontrai una ragazza con la mia stessa patologia che mi consigliò il Centro Cefalee di Napoli al Policlinico, Federico II. Lì per la prima volta assunsi Carbolithium e parlai della mia quotidiana assunzione di cannabis, il dottore fu gentile e disponibile, ma sperava nel Carbolithium e quando arrivò il momento di arrendersi e cambiare farmaco per l’ennesima volta, optai per fare delle ricerche on-line: Internet mi ha fatto scoprire l’ossigenoterapia,
così sono quasi sei anni che ho smesso di prendere Triptani e Difmetre, di cui ero ormai dipendente.

L’ossigenoterapia per me è un miracolo e si tratta d’inalare dalla bombola con apposita mascherina reservoir, 10 minuti di ossigeno puro. I mal di testa però continuavano senza tregua anche due al giorno, 3/4 volte a settimana, mi tormentavano la vita, l’umore era sempre pessimo e il dolore giornaliero iniziava a pesare in famiglia: le persone che più mi stavano vicino avrebbero dato qualsiasi cosa per non vedermi soffrire, era una malessere per tutti e un peso
quasi impossibile da gestire nella vita lavorativa (in quel periodo frequentavo un corso da operatore socio sanitario).

Non vivevo più, anche perché a ogni visita tutti mi ripetevano che l’attacco di cefalea poteva essere scatenato da qualsiasi cosa, infatti mi facevano fare un diario, il Diario della Cefalea e tutti dicevano di eliminare determinati alimenti (insaccati, formaggi, alcolici, coloranti, conservanti, cioccolata, lievito, nitriti, nitrati e caffè), dormire il giusto, non esporsi a temperature, luci, rumori e odori molto forti, evitare l’aria condizionata, capelli umidi e colpi di
freddo.

Il mio ultimo Centro Cefalee è stato a Pozzilli in provincia di Isernia, famoso e consigliato da tutti: il dottore, dopo aver letto le precedenti terapie, mi disse di avere la soluzione per me, solo 3/5 giorni di siringhe: Liometacen 50 mg 3 volte al giorno e tutto sarebbe passato. Così purtroppo non fu, in quei giorni non potevo nemmeno sedermi e lui arrendendosi, mi ripropose i farmaci che già avevo provato come il Topamax e Isoptin, passando per Deltacortene
e Fluoxetina. Dopo solo 3 mesi i miei capelli cadevano a ciocche e dovetti fare un mese di flebo per disintossicare il fegato.

La mia reazione scontata fu di odiare la medicina, i medici e gli ospedali e così mi buttai disperatamente su rimedi alternativi come agopuntura, osteopatia, naturopatia, chiropratici, psicologi ed esorcisti: soldi buttati e tante speranze svanite nel nulla.

A quel punto decisi di chiudermi in casa. Provai anche a non fumare visto che qualcuno pensava che l’emicrania fosse collega alla mia assunzione quotidiana di cannabis, ma stetti decisamente peggio di sempre, con attacchi più violenti e di durata maggiore, ai problemi in famiglia e al lavoro si aggiunsero quelli nei rapporti d’amicizia e d’amore: per me era diventata una vita di rinunce e dolore, non potevo coinvolgere tutti nelle mie sofferenze
e nemmeno tutti erano disposti a fare delle rinunce per me.

Solo negli ultimi anni mi è stato chiaramente detto che la cefalea non si cura e che al massimo con l’aiuto di farmaci si può diminuire l’intensità del dolore e la durata degli attacchi.

Visto che le terapie farmacologiche mi avevano portato solo effetti collaterali, nel 2013 presi la decisione di interromperle e di assumere, durante le crisi, solo ossigeno, senza profilassi farmacologica.

Emicrania e cannabis: un’alternativa terapeutica

Mi dedicai a informarmi sul ruolo della cannabis terapeutica nell’emicrania e venni a scoprire tramite le tante associazioni e fiere che questa pianta potrebbe farmi passare del tutto gli episodi di cefalea e magari eliminare anche l’ossigeno, quindi intrapresi la ricerca del Bedrocan che dal 2007 viene importato dall’Olanda.

In due anni ho trovato solo due medici disposti a prescriverla. Alla prima visita in Puglia mi diedero solo un foglio con la prescrizione mensile (che a detta del secondo medico non era nemmeno valida), di 3 g giorno di Bedrocan.

Sapevo che i costi erano proibitivi, si parlava di non meno di 25 euro al grammo e dopo un anno, nel giugno 2016, scoprendo che un medico della mia città prescriveva cannabis nonostante i costi restassero proibitivi prenotai una visita dalla quale uscii offesa e delusa. Il medico infatti in maniera chiara mi disse di poterla prescrivere, ma che avrebbe preferito non farlo sapere e mi propose di anestetizzare due nervi facciali, lasciandomi alla fine con la sua terapia: Paracetamolo 3 volte al giorno e Cymbalta 60 mg.

Arresa nell’anima, resisto con tenacia perché nell’eliminare definitivamente i farmaci e continuando a fumare cannabis dall’età di 21 anni sono riuscita a fare quello che tanti medici mi promettevano: diminuire gli attacchi di emicrania e l’intensità del dolore!

A oggi non ho quasi più attacchi durante la notte e sono rare le volte che devo ricorrere ai farmaci per calmare il dolore, mi sono resa conto che quella cannabis che fumavo giornalmente per piacere e svago mi dava forza fisica e mi proteggeva dalla depressione di cui ero vittima incosciente.

Sono consapevole che non posso continuare con la cannabis del mercato nero, rischiando e intossicandomi, visto che dalle mie parti si trova una sostanza che spesso è manipolata e adulterata e credo che ormai a 36 anni, per la mia salute e quindi il mio bene, come quello delle persone che vorrebbero vedermi libera dal dolore, sia arrivato il momento di auto produrre la mia cura o andare via dall’Italia. Nell’attesa, continuo a rischiare per la ricerca di una cannabis di discreta qualità da vaporizzare e spero che in Italia le leggi cambino.

Nel frattempo cerco di trovare la forza e il coraggio di riprendere in mano la mia vita.

Tre anni dopo.

emicrania cannabisSono trascorsi 3 anni da quando ho raccontato la mia storia di emicrania e cannabis. Terminavo il mio racconto con l’auspicio di andare via dall’Italia o cercare di auto produrre la mia medicina, con il senno di poi, ero stata ottimista, perché subito dopo ho attraversato mesi terribili.

I primi mesi, sotto effetto di Cymbalta 60 mg , l’ultima cura farmacologica intrapresa, spinta dalle persone più vicine che non ce la facevano più a vedermi soffrire. Ricordo notti irrequiete e piene di incubi , isteria durante la giornata con attacchi di nervosismo. Ero violenta con me stessa e con gli atri, fino ad interrompere subito la terapia per non ricaderci mai più.

Sono stata mesi senza trovare cannabis, tornando quindi ad assumere Toradol e Contramal per calmare il dolore.

Senza cannabis per l’emicrania, senza amici e senza un motivo per vivere sola nel dolore, ho pensato che forse non avevo più le forze per andare avanti e una mattina ho preso 6 compresse di Tavor, una bottiglia di vino e mi sono messa al volante.

E’ stato un gesto estremo e sono felice che sia solo un brutto ricordo che mi darà la forza per affrontare la vita, che con me sembra voler giocare duro, dopo solo 4 mesi, infatti, all’improvviso venne a mancare mio padre.

Emicrania e cannabis: la fuga terapeutica in Spagna

Così, recuperato il mio bagaglio di dolore e traumi, dopo nemmeno due mesi dalla perdita di mio padre, sono partita per la Spagna sperando in un futuro senza dolore, almeno per la mia testa.

Ho conosciuto persone fantastiche che mi hanno ospitato, persone che come me, soffrono di dolore cronico, che sono andati via dall’Italia per una dignità di diritto alla cura  dell’emicrania con la cannabis.
Per me non è stato semplice perché sono partita sola, con una scarsa disponibilità economica e con i mal di testa che senza ossigenoterapia non mi davano tregua.

La cannabis dei Cannabis Social Club [Ndr. CSC], era buona ma i prezzi un pochino alti. Molti CSC hanno medici che ti visitano e rilasciano una tessera per uno sconto sul prezzo della cannabis, se sei un paziente, purtroppo per me non è stato così. La dottoressa aveva bisogno di più informazioni circa la mia terapia per l’emicrania con la cannabis. Ma i documenti che avevo con me, non le bastavano per darmi la possibilità di iniziare a sollevare il dolore pagando a prezzo minore quella cannabis che per me è solo vita per altri oro.

Il rientro in Italia e le difficoltà dell’auto produzione

Purtroppo dopo un paio di esperienze negative sono tornata a casa dimagrita e sconfitta. Avevo un solo pensiero: auto produrre la mia cura e cercare di lavorare con la cannabis in tutte le sue sfumature ed opportunità.

Ho provato subito a piantare il seme della speranza, cercando di auto produrre la mia terapia per l’emicrania  base di cannabis. Purtroppo però, non vivendo da sola ho avuto solo problemi, ho dovuto interrompere quasi sempre il ciclo di crescita delle piante: due piante di Jack Herer, strain ricercato in base soprattutto ai miei mal di testa e due piante di Pure Power Plant. E’ stato emozionante veder crescere da un seme, un fiore che da sollievo fisico e mentale, è un percorso terapeutico anche quello, crescere e prendersi cura della propria medicina.
Ho subito capito, che non sarei mai arrivata a produrne una quantità discreta per andare avanti durante i mesi successivi e, avendo sempre maggiori problemi in casa, purtroppo ho dovuto abbandonare per sempre l’idea di auto produrre.

Intanto trovare cannabis discreta in giro era diventato quasi un utopia ed i prezzi erano saliti alle stelle.

Cominciai ad informarmi sulla situazione cannabis terapeutica per vedere se ci fossero novità, anche e soprattutto per il rimborso del SSN per la mia patologia e,  nel frattempo, conobbi persone che lavoravano con questa meravigliosa pianta proprio nella mia città, Benevento dove, al mio ritorno dalla Spagna, trovai con mio stupore ben tre negozi di cannabis. Conobbi tutti i proprietari e altri coltivatori diretti di canapa ma il desiderio di far parte di quel mondo purtroppo non si è mai avverato ed oggi continuo a lavorare come operatore socio sanitario.

Finalmente la prescrizione di cannabis terapeutica

Dopo quasi un anno, tramite una persona speciale, in terapia con Bedrocan e Bediol, che mi ha sostenuto moralmente (dividendo con me la sua terapia) e tramite i social, ho scoperto che la regione Campania prevedeva il rimborso per tutte le patologie e adesso, agosto 2020, finalmente, da 6 mesi sono in terapia con la cannabis terapeutica.
Non è stato semplice anzi. Il mio medico di base che avrebbe potuto da subito prescrivere la cannabis si rifiutava dicendo che era una”droga” e senza la conferma di un neurologo sul reale beneficio non avrebbe potuto prescrivermi nulla.

Inizia così il mio pellegrinaggio cercando un neurologo prescrittore nella mia regione. Feci 3 visite neurologiche in giro per la Campania e non trovai nessuno disposto a prescrivere cannabis. Tutti volevano ricominciassi con la terapia farmacologia convenzionale, nonostante l’evidenza cartacea ( terapie precedenti ) che dopo 10 anni di patologia, ero diventata farmaco resistente. Ho sentito cose assurde, come ad esempio che la cannabis porta a gravi patologie dopo soli pochi anni di assunzione.

Ogni volta ho dovuto fermare l’istinto di urlare di dolore anche per l’ignoranza di questi medici esperti che dovrebbero curarci e invece non lo fanno. Uscivo da quelle visite vuota e senza speranza per un diritto negato.
Non era possibile, non era reale, pensavo di vivere in un brutto incubo, solo grazie a mia madre e alle persone a me più vicine, che avrebbero fatto carte false per vedermi libera dal dolore, alla fine sono riuscita ad ottenere la prescrizione di Bedrocan 2 grammi al giorno, proprio nel periodo peggiore di quest’ anno 2020 , con il Coronavirus e la quarantena. Come diceva mio padre posso finalmente dire che la “ruota gira” e questa volta, sembra girare anche per me.

Nonostante i pochi mesi di terapia, ho già affrontato la mancanza di cannabis in farmacia e un mese ne ho ricevuto metà. Spero davvero che le leggi cambino perché purtroppo ci sono ancora pazienti che non riescono ad accedere alla terapia a base di cannabis sia per le leggi regionali che per l’ignoranza dei medici su benefici e documentazioni telematiche e cartacee da compilare.

 

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